PSICOTERAPIA

COME INTENDO LA PSICOTERAPIA


Ritengo il termine Psicoterapia inesatto e fuorviante, in quanto non c'è nessuo che possa “curare” nessun altro, almeno dal punto di vista psicologico; infatti intendo la psicoterapia come un percorso con due partecipanti che collaborano per un fine comune, preventivamente concordato.

Il partecipante “paziente” è colui che conosce meglio di chiunque altro se stesso, mentre il partecipante “psicoterapeuta” è colui che, grazie agli studi fatti, alle esperienze acquisite in campo clinico ed alla sua “umanità” dispone di mappe di funzionamento generale degli esseri umani.

Dalla unione di queste forze e competenze, in un rapporto paritario e collaborativo, diventa possibile risolvere i problemi e sciogliere quei nodi, che hanno generato una certa sofferenza, portando il paziente nello studio del terapeuta.

Quasi sempre una persona si rivolge allo psicoterapeuta chiedendogli esplicitamente o implicitamente di togliergli un sintomo o una certa sofferenza, per tornare a come stava prima, cioè senza sintomi e senza sofferenza.
Sta al terapeuta spiegare che un sintomo o una data sofferenza sono segnali di un certo attrito tra forze contrapposte, per risolvere il quale occorre modificare qualcosa che va prima di tutto identificato e poi affrontato con coraggio e fiducia.

LA MENTE CI AVVERTE


Ci sono tantissimi modi in cui la mente ci avverte che non possiamo più continuare come abbiamo fatto finora. Dalla semplice noia fino a forme gravi di attacchi di panico, passando per mille altri sintomi come insonnia, ansia, depressione, disfunzioni sessuali, e problemi relazionali in genere, solo per citare i più noti, il segnale è sempre lo stesso: la necessità di apportare un cambiamento.
Ma spesso non basta cambiare qualcosa che siamo ben disposti a fare ma cambiare qualcos'altro che non abbiamo considerato si possa fare, qualcosa che non riteniamo di saper fare o qualcosa che non vorremmo mai fare.

Premetto che considero l'uomo ed il suo psichismo non come qualcosa di monolitico, bensì di composito, fatto di più parti o componenti, in continua evoluzione ed in continua interazione con il mondo che lo circonda.
In questo sistema dinamico, che può apparire più complesso di quello che in realtà è, il compito della coppia psicoterapeuta-paziente è quello di identificare le forze in gioco, che, per nostra fortuna, non sono molto numerose: si tratta dei bisogni fondamentali dell'uomo (Bisogno di Sicurezza e di Senso, Bisogno di Amore, di Riconoscimento e di Appartenenza, Bisogno di Stimolo, di Libertà e di Speranza), e delle sue principali paure (paura di soffrire, paura di non essere all'altezza o di fallire, paura della solitudine e dell'abbandono, paura della morte).

RESISTENZA AL CAMBIAMENTO


Questi fattori o elementi possono essere più o meno in armonia, più o meno in conflitto, generando più o meno attriti e sofferenza; per questo i principali obiettivi del percorso psicoterapeutico rimangono la Riarmonizzazione dell'intero sistema ed il Riallineamento con la vita in movimento.
Quando questi obiettivi sono raggiunti gli attriti si riducono ed i sintomi e la sofferenza svaniscono.

Ma vediamo come gli attriti si sviluppano dalla resistenza al cambiamento e come giungere ad un percorso psicoterapeutico sia già metà dell'opera.

Il cambiamento è intrinseco alla natura umana e più in generale alla vita stessa, al mondo e all'universo.
Anche le cose che sembrano più statiche o immobili sono soggette al cambiamento, magari con tempi millenari come le montagne ma pur sempre in movimento.
La nostra realtà esterna è in continuo movimento ed anche la nostra realtà interiore, fatta di bisogni, aspettative, desideri, emozioni è in perenne trasformazione.
Ma l'uomo è primariamente conservatore, abitudinario, ripetitivo a causa di un fondamentale bisogno di sicurezza, di senso, di controllo e di prevedibilità. Lo si evince osservando i bambini piccoli che prediligono vedere ripetutamente lo stesso cartone o il farsi raccontare la stessa favola instancabilmente.

LIBERIAMOCI DALLE SOFERENZE SUPERFLUE


Inoltre la nostra mente, con la quale ci identifichiamo, non è sempre quella grande amica che riteniamo che sia.
Non ci inganna perchè ci vuole male, essa si è strutturata a partire dalle nostre esperienze e soprattutto da come abbiamo interpretato tali esperienze. Quindi lei fa il suo sporco lavoro per proteggerci da qualcosa che è stato frainteso o maleinterpretato ma così facendo ci condanna ad una sofferenza superflua.
Vorrebbe proteggergi dalle ferite e le ferite si chiamano solitudine, abbandono, svalutazione, fallimento, finendo paradossalmente per riprodurle.

Certo si può convenire sul fatto che non di rado in un cambiamento ci sia certa una dose di sofferenza intrinseca, basti pensare ad una perdita, un lutto, una malattia o una separazione; ma la sofferenza maggiore è data dalla non accettazione o dal mancato riallineamento con la mutata realtà, e tale sofferenza è superfla, gratuita, evitabile, dipende da noi.

UNA MENTE FERITA VA ASCOLTATA E VA AIUTATA


Facciamo un esempio: appena abbiamo due linee di febbre ci rivolgiamo al medico; di fronte a contusioni e quant'altro, anche di lieve entità non esitiamo a precipitarci al pronto soccorso e osserviamo meticolosamente l'igiene dentale per prevenire probemi spiacevoli.

Ma allora perchè non facciamo lo stesso per la nostra mente?
Perchè di fronte ai segnali che il nostro organismo ci fa pervenire come sintomi tendiamo a sottovalutarli, a trascurarli ed a sperare che come sono arrivati così se ne andranno?
Se ci convinciamo che il non pensarci porti ad una scomparsa dei sintomi, come lo struzzo fa con la paura, è come se con una gamba rotta ci dicessimo che non persandoci si aggiusterà.
Noi esseri umani tendiamo ingiustamente a preoccuparsi più del corpo che della mente, discriminando quest'ultima.

Una mente ferita va ascoltata e va aiutata, anche e soprattutto quando per paura recalcitra e ci fa interpretare in modo scorretto le possibilità e potenzialità di cui disponiamo.

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